tema 2019

“Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.”
Luca
6, 20
“Non le prometto di renderla felice in questo mondo, ma nell’altro”
Notre-Dame de Lourdes
Vergine Maria

tema 2019

Essere poveri non è interessante, tutti i poveri sono di
questa opinione. Li comprendiamo, a nessuno piace
essere povero. Ciò che è interessante è possedere il
Regno dei Cieli. Ma solo i poveri lo possiedono
(Madeleine Delbrêl, La gioia di credere). Il 7 gennaio
2019 sarà il 175° anniversario della nascita di
Bernadette; il 9 gennaio dello stesso anno fu battezzata.
Il 16 aprile penseremo al 140° anniversario della sua
morte.

A Lourdes, oltre ovviamente a Bernadette, non dimentichiamo un altro santo, Benoît-Joseph Labre,
il santo mendicante, patrono dei pellegrini, dei senzatetto e dell’Hospitalité Notre Dame di Lourdes.

Non vogliamo canonizzare uno stile di vita, che può solo significare uno stato di disgrazia subita, o
incarnare una grazia particolare. “Essere poveri non è interessante …”

Né vogliamo nemmeno idealizzare la parola dei poveri: la loro testimonianza ci offre un’eco del
Vangelo; ma potremmo rimanere in un’ammirazione senza seguito e senza un vero cambiamento,
senza una vera conversione del cuore e della vita.

Vorremmo, così come Maria ha proposto a Bernadette, seguire un cammino di Pasqua, poter morire
nella vecchia vita per scoprire la vera vita, la vera felicità. Dobbiamo, ovviamente, ascoltare ed
anche impegnarci. Un pellegrino non può tornare a casa così come ne è partito. Ciò presuppone che,
gradualmente, si lasci spogliare, sgombrare, impoverire, per aprirsi alle ricchezze del dono di Dio.
Bernadette non ha forse dato alla sua famiglia una lezione di morale quando ha chiesto: “A
condizione che non diventiate ricchi!” Ha aperto loro l’orizzonte che lei stessa aveva contemplato
nella Grotta, quell’ altro mondo che ha bisogno solo del nostro sì per far sgretolare il nostro guscio,
per dischiuderci alla luce di Dio.

La povertà materiale, oggi, sta provocando lo spostamento di interi popoli. La povertà spirituale,
talora, induce i giovani a scegliere la morte. La miseria subita è umiliante e disumanizza. La
ricchezza che rifiuta la condivisione, degrada e corrompe. Il Vangelo non promuove la rivoluzione
sociale, ma rivoluziona solamente i cuori. Il maestro si fa schiavo e lava i piedi ai più poveri. Non è
un semplice capovolgimento della situazione, i due si scoprono fratelli, amati dallo stesso Padre,
animati dallo stesso cuore.

Lourdes, fin dall’inizio, ha provocato questa rivoluzione dei cuori. Persone che potremmo definire
“ricche” portano la barella dei disabili, che chiamano “i signori malati”. Ma noi lo sappiamo, l’abbiamo fatto subito, anche in un’organizzazione caritatevole, abbiamo rivendicato i nostri diritti, i
nostri privilegi. Non siamo sognatori, accogliamo la felicità del Regno promesso in un incontro
fraterno, in uno scambio di sguardi, nella gioia di una mano tesa. Comprendiamo che, anche
vivendo come prigionieri, abbiamo diritto a questa parte di felicità. Questa può moltiplicarsi e
crescere se entriamo nella grazia dell’apparizione di Maria a Bernadette; quest’incontro ci fa vivere
il rispetto incondizionato per ogni persona nella luce dello Spirito che vuole comunicare il suo
potere di vita. Non siamo sognatori, lasciamo che la gioia scoperta ci invada, ci trasformi, in modo
che possano essere realizzate queste oasi di misericordia quali la cappella chiesta da Maria, così
come le piccole famiglie o fraternità che trasformeranno il mondo in noi e intorno a noi.

Speriamo di poter fare, anche a Lourdes, un gesto concreto di solidarietà vissuta, un gesto che poi ci
ispiri anche nella vita ordinaria a casa.

Cammino di Bernadette, tracciato da Maria.

Cammino del Vangelo, annunciato ai poveri, anche
attraverso la miseria, il male e il fango.

Cammino della felicità alla scoperta della sorgente che dobbiamo condividere.

Comunione alla vita stessa di Gesù, che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà.

Povertà e ricchezza di  Bernadette

Bernadette ha conosciuto personalmente o indirettamente tutti i tipi di povertà, fisica, materiale,
intellettuale, sociale… Ha incontrato incomprensione e disprezzo.

Lei ci aiuta a comprendere e ad accogliere il vuoto dei cuori che non trovano significato nella vita e
conoscono la tentazione del suicidio, il vuoto morale e religioso, la “miseria dello spirito”.

Lei ha beneficiato di una doppia forma di ricchezza, quella dell’amore e della preghiera in famiglia,
e più tardi in comunità. Ha voluto condividere questa felicità con i poveri: “Voglio molto bene ai
poveri, mi piace prendermi cura dei malati: resterò con le Suore di Nevers”.

Bernadette ha conosciuto la vera felicità: “Oh no, Bernadette, tu non sei povera; tu sei felice, sì,
felice! (Mons. Thibault)

Esamineremo questo legame paradossale tra povertà e felicità. Saremo aiutati in questo dalla figura
dell’altro santo di Lourdes, patrono dell’Hospitalité, Benoît Joseph Labre, il santo mendicante. Fu
canonizzato nel 1881, in un’epoca in cui si pensava che il progresso materiale, la medicina,
sarebbero riusciti a promuovere un modello di umanità definitivamente libero dalla miseria. E
siamo rimasti scandalizzati nel vedere mostrare come esempio di santo un miserabile !

“Dio vi sta aspettando altrove”. Con queste parole Benoît Labre (1748-1783), figlio di contadini di
Amettes (Pas-de-Calais), si sente ripetutamente rifiutato dalla vita monastica. Poi, all’età di 21 anni,
si mette in cammino da santuario a santuario, borsa a tracolla e crocifisso al collo.

Percorrerà 30.000 chilometri, andando a Santiago di Compostella, a Loreto e a Roma. Si è messo in
cammino per scoprire cosa Dio si aspettasse da lui e capì, nell’abbandono e nel distacco, che la sua
vocazione era proprio quella di essere pellegrino.

A Roma visse nell’arco n. 43 del Colosseo! All’avvicinarsi della Pasqua del 1783, fu trovato
esamine sui gradini di una chiesa, non lontano da lì. Un vicino lo accolse nella sua casa, e lì morì
mercoledì 16 aprile, all’età di 35 anni, come Bernadette!

Non avrebbe scambiato il suo posto per tutto l’oro del mondo, così come Madre Teresa non avrebbe
rinunciato a prendersi cura dei derelitti dell’umanità per tutto l’oro del mondo. Sicuramente l’ha
fatto per amore di Gesù! Vi è, in questo, un segreto che dobbiamo scoprire. “Questo povero, al
quale mancava tutto, sembra possedere tutto ciò che aveva cercato nella sua vita e ora gli
chiediamo il segreto della sua gioia”
.

Questo segreto Maria lo conosce e lo condivide: si svuota di se stessa per essere colmata solamente
dalla grazia, dalla presenza di Dio che si dona. Maria riceve tutto e non conserva nulla per sé.
Inverte la maledizione della povertà rendendola il luogo in cui Dio si dona. Lui, il servitore, capace
di umiliarsi per unirsi a coloro che ama, si è riconosciuto nell’umiltà della sua serva. Si unisce a lei
nel profondo del suo essere e vive in lei la pura gioia del Dono.

“Ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7, 22)

Questa è l’ultima parola della risposta di Gesù agli inviati di Giovanni il Battista che lo interrogano
sulla realtà della sua missione: “Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?” Le
guarigioni, come le risurrezioni, culminano nella certezza che i poveri sono visitati dal gioioso
annuncio della salvezza. Sono quelli che possiedono il Regno dei cieli, che possiedono il cuore di
Dio.

Il segreto della felicità è lì e Bernadette ce lo rivela, vivendo della sua luce. L’apparizione nella
cavità della Grotta le permette di andare oltre un semplice sguardo che si accontenterebbe delle
apparenze della sua vita: lei è un’emarginata, non è ancora andata a scuola, non ha ancora fatto la
prima la comunione; ecco che qualcuno è interessato a lei e le mostra la propria immagine, così
come il Padre la contempla: “… ha guardato l’umiltà della sua serva”. Era una ragazza, “giovane e
piccola come me”, mi dava del “lei”.

Bernadette esiste per qualcuno. La sua vita ordinaria, fatta di povertà e amore, le permette di
sperimentare una felicità capace di interessare il Cielo. Nella fenditura di una grotta buia, nel buio
del cachot, sente e vede, e non potrà più dire che non ha visto e sentito. Vive l’esperienza dei primi
apostoli, testimoni della nuova vita del Risorto (cfr Atti 4, 20).

Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù.
(Atti 5, 41). Gli interrogatori, la prigione stessa, non possono più spaventare Bernadette, così come
non intimorivano più gli apostoli, anche se una volta erano in grado di negare, di lasciare andare e
di tradire. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). La Buona Novella non
consiste in una convinzione acquisita, ma nella compagnia di una presenza, “più intima di me
stessa”
.

Bernadette rimane se stessa, non riceve alcun trattamento preferenziale. Sarà facilmente trattata
come “piccola sciocca” e “buona a nulla”. Questo, tuttavia, non indebolisce la sua fiducia. Lei
stessa lo riconosce: “È perché ero la più ignorante che la Beata Vergine mi ha scelto”. Sa
accogliere la presentazione che la superiora fa al vescovo di Nevers nel momento di affidare la sua
obbedienza: Terremo la sorella Marie-Bernard nella casa madre, e lei non deve intendere questo
come un privilegio; Lei stessa ammette: “Ve l’avevo detto, monsignore, che ero solo una buona a
nulla!”

Sì, la Signorina, Bernadette, non è che questo”, dice ad una nuova sorella che si sorprende nel
vederla. “C’erano così tante giovani sorelle di fronte alle quali mi sarei inginocchiata piuttosto che
davanti a Bernadette”
. La santità non è nell’ordine delle apparenze. Bisogna andare a vedere il
cuore, bisogna essere in grado di aprire il proprio cuore.

Dobbiamo aprirci alla felicità di Dio, che dona la sua gioia perché la sua creatura ne sia colmata,
che cerca la sua pecorella quando questa è perduta, che vuole comunicarle il suo Soffio, la sua Vita.
È così che riconosce l’anima del povero, tutto teso verso Colui dal quale dipende. Dio si rivela
donando sé stesso. “Cosa farebbe, chiese a Benoît-Joseph il suo confessore, per metterlo alla prova,
cosa farebbe se un angelo le dicesse che è dannato?”  “Avrei ancora fiducia nella misericordia”
.
Fiducia in Dio, che può solo amare e donare se stesso, fiducia condivisa con i poveri nel loro
bisogno di essere amati: la fede e l’amore si uniscono nello stesso atto, nella stessa verità. Così
viviamo il pellegrinaggio più grande, che ci fa passare dalla paura all’amore. Dio è mio Padre, Gesù
è mio fratello, riconosciuto nei più piccoli.

Bernadette troverà la sua felicità e la sua vocazione al servizio dei più poveri. Così sceglierà di
entrare nella congregazione delle Suore della Carità di Nevers. Capirà che il Signore che l’ha
visitata si rivela a lei, ora, nella persona dei più poveri. “Più un povero è ributtante, più bisogna
volergli bene”. Questa è la felicità dell’altro mondo, capace di trasfigurare l’apparente bruttezza in
un abbraccio d’amore.

“Non dire: Sono giovane. Ma va’ da coloro a cui ti manderò”(Geremia 1, 7)

“Anche se poveri, posiamo ricevere una missione e diventare servitori del Vangelo”. Questa è la
convinzione del pellegrinaggio Siloe a Roma, ispirato da padre Joseph Wresinski. Il Papa ha
affidato a questi poveri una missione: “vorrei chiedervi un favore, più che un favore, vorrei
affidarvi una missione: una missione che solo voi, nella vostra povertà, riuscirete a realizzare. Mi
spiego meglio: Gesù, a volte, è stato molto severo ed ha rimproverato severamente coloro che non
hanno ricevuto il messaggio del Padre. Così, come ha rivolto la bella parola “beati” ai poveri, a
coloro che hanno fame, a coloro che piangono, a coloro che sono odiati e perseguitati, ne ha poi
detta un’altra che fa paura! Ha detto: “Guai!” a voi ricchi, ai sazi, a voi che ora ridete, perché
sarete afflitti e piangerete (cfr Lc 6: 24-26), agli ipocriti (cfr Mt 23: 15). Vi affido la missione di
pregare per loro, affinché il Signore cambi i loro cuori. (6 luglio 2016)

Bernadette non è guardata solo con un’attenzione rispettosa, è incaricata di una “missione” per i
sacerdoti, così come le donne che si recarono al sepolcro vuoto furono inviate agli apostoli da Gesù
risorto. “Vada a dire ai sacerdoti che si venga qui in processione e che vi si costruisca una cappella”. Sono le donne che vengono ad aprire il cantiere per la costruzione della Chiesa, continuando, attraverso i secoli, a risvegliare gli uomini addormentati. Esse sono le guardiane della
potenza della vita, sempre pronta a ringiovanire.

La missione non è una propaganda, ma una nascita. I poveri non hanno altro da dare che le loro vite
da condividere. L’incontro con i poveri può aiutarci a riempire il vuoto spirituale che molti uomini e
donne di oggi stanno vivendo. “Se stai soffrendo, trova qualcuno che abbia bisogno di essere
confortato”
. Così Madre Teresa dà un nuovo slancio ai cuori stanchi. E l’abate Pierre reclutò il
primo compagno di Emmaus chiedendo ad un giovane, che voleva suicidarsi, di aiutarlo, prima, a
portare un materasso a casa di un povero.

“Vedete il miracolo della povertà! Sì, i ricchi erano stranieri; ma il servizio ai poveri li naturalizza”
(Bossuet, Sermone per domenica di Settuagesima, 2) È nel momento in cui i pellegrinaggi hanno
cominciato a farsi carico di queste persone, che hanno avuto un’espansione inimmaginabile. Non
solo servizio, ma il semplice incontro con qualcuno più povero apre gli occhi e il cuore su qualcosa
di diverso dalle apparenze e genera gioia per l’incontro dei cuori.

“Tu non sai niente, ma capisci tutto”. Non è sufficiente essere poveri, ma è necessario: “I ricchi
sono pieni di intralci, e per questo non si soffermano”
(in una condivisione con la gente della
strada).

“Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti, e le hai rivelate ai
piccoli”
(Mt 11, Lc, 10). I “poveri” comprendono il Vangelo dall’interno! Possiamo iniziare la
preparazione del pellegrinaggio con persone in situazioni precarie. La Rete St. Laurent è in grado di
fornire, a questo proposito, un testo preparatorio, basato su una meditazione del Vangelo di Luca 6.

Maria ha affidato a Bernadette l’indicazione del cammino della vera felicità. Sapeva come rivelare
ai peccatori l’amore dal quale sono amati. “Poiché lei è un peccatore, le farò di nuovo il sorriso
della Santa Vergine”
. Non si tratta solamente di essere gentili, ma di capire cosa c’è in gioco. Gesù
ha detto: “Beati i poveri”; e aggiunge subito in San Luca: “Ma guai a voi ricchi, perché avete già la
vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame…”
In san Matteo, la
predicazione di Gesù inizia con l’annuncio delle beatitudini, e si conclude nel capitolo 23 con una
serie di “maledizioni”che prendono di mira “scribi e farisei ipocriti”! (vedere l’allegato)

Maria introduce Bernadette a questa scelta tra la vita e la morte, la benedizione o la maledizione.
“Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Deuteronomio 30,19). Maria usa una
pedagogia materna, che fa desiderare a Bernadette di “restare povera”, per vivere e condividere la
felicità di Dio.

“Una Chiesa povera, per i poveri”: questo è il grande desiderio di papa Francesco che testimonia
un’altra ricchezza che solo i poveri possono conoscere. Condividere la nostra povertà può davvero
arricchirci! Soprattutto accettiamo questa condivisione, non subappaltiamo la fraternità!

Accettiamo di essere, noi prima ancora di questi poveri che hanno bisogno di aiuto, nella
condizione di aver bisogno di essere amati. Noi esistiamo come frutto della misericordia.

Portando alle sue labbra acqua fangosa e sporca, è come se Bernadette avesse accettato di
comunicare con la miseria del mondo. Come se lei l’accogliesse. Sapendo, naturalmente, che l’acqua che sgorga, viene da Dio, e che è grazie a Dio che può, senza paura, portare alla bocca ciò
che è inquinato
(P. Etienne Grieu, Serviamo la fraternità). Da quel momento in poi, si
verificheranno le guarigioni.

Nel 2019 a Lourdes, potremo riprendere questo gesto proposto dal raduno della Diaconia:
immergere le mani nel fango, e andare insieme a lavarci con l’acqua della Grotta. Lasciarci
penetrare dalla miseria del mondo, riconoscere la nostra miseria e poter così lasciarci purificare gli
uni dagli altri. Un gesto che può aiutarci a comprendere la confessione e la sua dimensione
comunitaria.

“Tu sei il Povero, Signore Gesù!”

Bernadette è felice e noi con lei, nel mondo di Gesù, il mondo di Dio. Alcuni Orientali ci dicono:
“La nostra dottrina sociale è la Trinità!”. Ogni persona si rimette all’altra, interamente, e si riceve
dall’altro. Rinasciamo dalla Misericordia. Siamo innestati sulla vita filiale di Gesù, che si riceve
eternamente dalla tenerezza del Padre. È il povero, che riceve e ringrazia.

Così il cristiano, grazie al suo battesimo, diventa come un bambino che non si fa da solo, ma riceve
con gratitudine la vita che gli è stata affidata. È il povero che dipende dal dono che gli viene fatto. Il
cristiano guarda e imita Gesù, il primogenito. Lo stato dell’infanzia, lo stato di povertà, non è
essenzialmente una realtà biologica o sociale, ma un dono e una chiamata dello Spirito. Papa
Francesco lo esprime nel suo Messaggio per la 1a Giornata Mondiale dei Poveri: Non
dimentichiamo che per i discepoli di Cristo, la povertà è soprattutto una vocazione a seguire Gesù
povero. È un cammino dietro di lui e con lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno
dei cieli (cfr Mt 5, 3 – Lc 6, 20).

“Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per
voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”
. (2 Cor 8, 9).

Il Papa continua, nella sua omelia per l’incontro del 19 novembre 2017: “Ogni volta che avete fatto
queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Questi
fratelli più piccoli, da lui preferiti, sono l’affamato e il malato, lo straniero e il prigioniero, il
povero e l’abbandonato, colui che soffre senza aiuto e colui che è nel bisogno ed escluso. Sulle loro
facce possiamo immaginare di imprimere il suo volto; sulle loro labbra, anche se sono chiuse dal
dolore, le sue parole: “Questo è il mio corpo” (Mt 26:26). Nel povero, Gesù bussa alla porta del
nostro cuore e, assetato, ci chiede amore. Quando superiamo l’indifferenza e nel nome di Gesù
spendiamo noi stessi per i suoi fratelli più piccoli, siamo i suoi buoni e fedeli amici, con i quali gli
piace parlare.

Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Co 8, 9). Per
questo, in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno
poco valore, sono loro che ci aprono il cammino del cielo, sono i nostri “passaporti per il
paradiso”. Per noi è un dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera
ricchezza, e di farlo non solo dando il pane, ma anche rompendo, insieme a loro, il pane della
Parola del quale sono i destinatari più naturali. Amare i poveri significa combattere contro ogni
povertà, spirituale e materiale.

Gesù è il Salvatore, vuole raggiungere l’uomo nella sua interezza, nel profondo del suo cuore, da
quel centro dove tutto il lavoro della creazione ridiventa possibile. Le guarigioni sono solo i segni di
un dono infinitamente più grande, che richiede la rinuncia all’autosufficienza. I piccoli come noi
hanno bisogno di credere, di sperare, di amare. Ascoltiamo ancora Madeleine Delbrel: “Abbiamo
dimenticato la fede dei piccoli. I piccoli sono stati lasciati soli, soli con la crescita del loro spirito
di uomini, soli in un universo dove con mezze verità venivano costruite bugie. Il capitalismo ha il
suo proletariato, ma anche la verità ha il suo”
.

“Questa intelligenza, diventata esclusivamente utilitaristica, e utilitaristica solo per una definizione
limitata di felicità, io la chiamo “miseria dello spirito
“. L’unica domanda che ci interessa troppo
spesso è: “A cosa serve?” Abbiamo tagliato il legame tra la benevolenza e il misticismo. Ed è
sotto gli stracci di un mendicante
, o sul viso di un bambino malato, che troviamo di nuovo gioia.
Solo questa gioia ci consente di impegnarci a servire.

Dio è infinitamente più realistico di tutti i migliori programmi umani contro tutti gli abbandoni e
tutte le menzogne delle quali sono vittime i poveri. La nostra carità non dovrebbe mai essere
rinchiusa in programmi che mirano all’utilità o ridurre la povertà a pochi tipi di povertà! Il
progresso in questi settori richiede una consapevolezza delle proprie povertà e, più essenzialmente,
questo richiede un’unione con Cristo che diviene vitale, un cuore vicino ai più piccoli dei nostri
fratelli.

Ha fatto un’alleanza

La nostra povertà è la nostra ricchezza, il nostro bisogno e la nostra gioia è nella relazione con
l’altro. Il pellegrinaggio insieme ci fa vivere l’esperienza sui passi di Maria e di Bernadette: “Sono
infelice, ma sono felice. È il fatto di essere riconosciuto, di scambiare, di condividere la mia
sofferenza con gli altri. Solo così vediamo la gioia negli occhi degli altri”
. (La Gioia, p 9) Quando
ci lasciamo guardare insieme dal Cristo, diventiamo poveri come lui e implorando l’amore del Padre
ringraziamo per la vita che abbiamo ricevuto. Il servizio ai poveri è quindi una condivisione fraterna
della vita stessa di Gesù, nostro fratello, il Figlio primogenito. La nostra esistenza diventa il luogo
della nuova alleanza tra Dio e l’uomo in Cristo.


“Non desidero essere povera, desidero essere Lui” (una carmelitana).